La “Carta di Viareggio” e gli oriundi: una storia di frontiere e di autarchia

La “Carta di Viareggio” e gli oriundi: una storia di frontiere e di autarchia

Le frontiere nel calcio – e non solo – sono sempre state un argomento dibattuto. Un argomento rivoluzionato il 15 dicembre del 1995 dalla cosiddetta Legge Bosman. Ma che in Italia aveva avuto un primo punto di svolta già nel 1926, con l’approvazione della Carta di Viareggio.

Carta di Viareggio

Ma partiamo dal principio.

Il calcio in Italia attecchì in maniera concreta nell’ultima decade dell’800, con la creazione dei primi club, come quel Genoa Cricket and Football Club che è la squadra italiana in possesso del più antico documento che ne attesta la nascita (7 settembre 1893).

A quell’epoca il nostro calcio era fisiologicamente imbottito di stranieri, per lo più britannici. Furono infatti loro, i Maestri del Calcio, ad esportarlo anche nel Belpaese.

Nel 1922 però l’aria cambiò: con la Marcia su Roma Benito Mussolini venne incaricato di formare il suo primo Governo. Si apriva così ufficialmente il cosiddetto Ventennio Fascista.

Non spetta a me qui dare giudizi storico-politici del fascismo come di qualsiasi altro accadimento non strettamente calcistico.

Una cosa è però certa, ce lo raccontano i libri di storia, è pura cronaca: il fascismo italiano divenne presto dittatura, ed in quanto tale non poteva non curarsi anche dello sviluppo del nostro calcio.

Fascismo e calcio, del resto, erano naturalmente legati come naturalmente sono legate tra loro le passioni e gli uomini.

Già prima che il regime intervenisse concretamente e mettesse mano nel calcio italiano, alcuni dei gerarchi fascisti erano già fortemente coinvolti in esso. Come quel Leandro Arpinati che oltre ad essere un alto esponente del regime era anche vicepresidente del Bologna Football Club 1909.

La scintilla che portò ad un forte intervento sul mondo del pallone fu la grave crisi che colpì la FIGC nel 1926, quando giunse al termine un campionato (per la cronaca, vinto dal Torino e poi revocato per una presunta frode che portò un dirigente Granata – si dice – a comprare un derby poi vinto 2 a 1 contro la Juventus) rovinato dalle cosiddette “liste di ricusazione”, ovvero sia elenchi stilati dai club che ponevano all’indice arbitri a loro non graditi.

Proprio lo sciopero arbitrale che ne seguì portò di fatto il regime, tramite il presidente del Coni dell’epoca Lando Ferretti, ad organizzare una speciale commissione cui venne dato l’incarico di riorganizzare il calcio italiano.

Carta di Viareggio

Riunitisi in Versilia, Paolo Graziani, Italo Foschi e Giovanni Mauro redassero un documento che venne pubblicato ed approvato dal CONI il 2 agosto di quell’anno: la cosiddetta Carta di Viareggio.

La Carta di Viareggio rivoluzionò in maniera sostanziale il calcio italiano, fino ad allora formalmente sport dilettantesco.

Con quel documento si approvò infatti una sostanziale apertura al professionismo.

Venne inoltre riorganizzata la FIGC e si spinse all’organizzazione di un vero e proprio campionato nazionale.

Uno dei cambiamenti però più significativi portati in dote dalla Carta di Viareggio fu la chiusura delle frontiere.

Ispirata ovviamente alle idee nazionalistiche propugnate dal fascismo, questa rivoluzione del calcio non poteva che sbattere la porta in faccia agli stranieri del nostro calcio.

Questa decisione colpì duramente i club, che all’epoca contavano più di ottanta calciatori provenienti dall’estero, per lo più da quella Scuola Danubiana che vedeva in austriaci ed ungheresi i propri più illustri esponenti.

La Carta di Viareggio decise quindi di arrivare all’azzeramento degli stranieri, con il calo ad un massimo di due per club nel campionato che stava per iniziare, di uno per squadra in quello successivo sino ad arrivare a non avere più giocatori non italiani a partire dal 1928.

Nessuna squadra potrà avere nel campionato italiano ed allineati nei propri ranghi giocatori di nazionalità straniera. Come norma transitoria per la stagione 1926-27 ve ne potranno essere tesserati due per ciascuna società con l’obbligo però di non farne partecipare più di uno a ciascuna partita.

Spesso però i principi etici e morali che ciascuno di noi si dà si scontrano con la realtà.

Una realtà che, a quel tempo come oggi giorno, vuole ogni club di calcio scendere in campo per vincere. O comunque per centrare il proprio obiettivo stagionale, a seconda delle possibilità.

Ecco quindi che l’impossibilità di fare ricorso anche a forze straniere, che sicuramente permettevano di elevare di molto il livello di un calcio che comunque di lì a dieci anni vincerà due Mondiali ed un’Olimpiade (segnando quindi il momento più fulgido della propria storia internazionale), non poteva che essere inviso a quei Presidenti che già allora erano disposti ad investire cifre importanti pur di sopravanzare i propri rivali.

Edoardo Agnelli
Edoardo Agnelli, promotore della “oriundizzazione” del nostro calcio

Ma del resto, si sa, fatta la regola trovato l’inganno, dice il proverbio.

Ecco quindi che proprio in risposta all’autarchizzazione del calcio italiano vennero “inventati” gli oriundi.

A spingere affinché Benito Mussolini riconoscesse la possibilità di tesserare calciatori figli della “grande Italia al di là degli Oceani” fu Edoardo Agnelli, che di fatto chiese la “grazia” per i figli dei tanti emigrati all’estero nel corso dei decenni precedenti.

Così subito dopo che si era arrivati ad annullare il contingente straniero in terra d’Italia, come previsto dalla Carta di Viareggio, ecco riaprirsi uno spiraglio nelle frontiere del calcio italiano

Pronti-via, nel 1929 furono subito undici gli “stranieri” – ma d’origine nostrana – cui fu permesso di venire a giocare nel Belpaese:

  • 5 argentini: Cesarini ed Orsi alla Juventus, Libonatti e Ferraris al Torino, Chini alla Roma.
  • 3 ungheresi: Viola alla Juventus, Plemich alla Triestina e Zilisy al Milan.
  • 2 paraguaiani: Attila e Oreste Sallustro, entrambi al Napoli.
  • 1 brasiliano: Piantoni al Torino.

L’invasione era però appena cominciata.

La stagione successiva arrivarono altri dodici stranieri. Poi ancora diciannove. E via così, fino a che l’Italia non entrò in guerra, la perse, il Duce venne deposto, facemmo il salto della barricata passando al fianco degli Alleati ed un paese distrutto dai segni di una guerra che a tratti fu anche civile tra fascisti e partigiani decise – anche un po’ forzatamente – di abbandonare l’autarchia, anche calcistica.

Non spetta a me dare giudizi storico-politici del fascismo, ripeto, ma è certo che l’autosufficienza calcistica porta spesso a dei danni notevoli.

Non so se senza la parziale riapertura delle frontiere avremmo dominato il decennio del 1930 come abbiamo poi fatto, ma di certo c’è che alzare il livello di un movimento porta beneficio a tutto il movimento stesso. Che farsi contaminare da altre culture calcistiche porta ad aprire i propri orizzonti. E che, non ultimo, gli oriundi giocarono un ruolo importante anche nelle nostre vittorie internazionali dell’epoca.

Italia 1934

Nella nazionale del 1934 Vittorio Pozzo convocò, tra gli altri, questi calciatori:

  • Felice Placido Borel, di fatto nato all’estero essendo Nizza tornata sotto dominio francese in seguito agli Accordi di Plombières ed al Trattato di Torino.
  • Mario Varglien, anch’esso di fatto nato all’estero se è vero che all’epoca Fiume faceva ancora parte dell’Impero austro-ungarico.
  • Atilio José Demaría, mezz’ala nativa di Buenos Aires portata in Italia nel 1931 dall’Ambrosiana Inter.
  • Enrique Guaita, detto El Indio, ala nativa di Lucas González che venne portata in Italia giusto un anno prima del Mondiale dalla Roma, dove rimase solo due anni prima di tornare nella natia Argentina.
  • Amphilóquio Marques Guarisi, nato a San Paolo in Brasile, attaccante sbarcato alla Lazio nel 1931.
  • Luis Felipe Monti, centromediano di Buenos Aires già vicecampione del mondo nel 1930 con la maglia Albiceleste dell’Argentina, acquistato dalla Juventus l’anno seguente.
  • Raimundo Bibiani Orsi, detto Mumo, attaccante esterno nato ad Avellaneda e come visto tra i primissimi oriundi sbarcati in Italia (dopo che si mise in mostra nelle Olimpiadi del 1928 con la maglia della natia Argentina).

Nel 1936 l’Italia, sempre guidata da Vittorio Pozzo in panchina, vinse anche le Olimpiadi di Berlino. Eroe di quella spedizione fu quell’Annibale Frossi di cui già molti anni fa parlai su questo blog.

Quella fu in realtà una squadra quasi completamente autarchica, ad esclusione di Alfonso Negro, ala nativa di Brooklyn, che nato negli Stati Uniti rientrò in Italia con la famiglia ed iniziò la propria carriera da calciatore nel 1930 nell’Angri.

Michele AndreoloUn minimo di contaminazione oriunda la ebbe invece ancora la nazionale Campione del Mondo nel 1938:

  • Miguel Ángel Andriolo Frodella – in Italia conosciuto come Michele Andreolo – centromediano nativo di Carmelo (Uruguay), portato nel Belpaese dal Bologna nel 1935. Vestì anche le maglie di Lazio, Napoli, Catania e Forlì e rimanendo poi in Italia al termine della carriera: morì a Potenza nel 1981.
  • Luigi Gino Colaussi, italiano di Gradisca d’Isonzo il cui cognome all’anagrafe – Colàusig – lascia però intendere possa avere discendenze balcaniche.

Insomma, l’oriundizzazione del nostro calcio servì da palliativo alla chiusura delle frontiere imposta dalla Carta di Viareggio e permise al C.T. Vittorio Pozzo di avere una base di convocabili più larga su cui lavorare. Una base cui, come abbiamo visto, fece ricorso soprattutto per costruire la prima nazionale italiana campione del mondo nel 1930.

Ma la storia degli oriundi d’Italia non si ferma certo agli anni trenta. Nel secondo dopoguerra ci furono casi celebri come quelli di Altafini e Sivori, per citarne due. Su fino al Mondiale del 2006, quando un altro oriundo d’Argentina – Mauro Camoranesi – fece parte della spedizione che si laureò campione in Germania.


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