I Paperoni del calcio statunitense: per loro il salary cap non vale

Tutti i diritti riservati all’autore. Nel caso si effettuino citazioni o si riporti il pezzo altrove si è pregati di riportare anche il link all’articolo originale.
________________________________________________________________

Dopo la fallimentare (economicamente parlando, almeno) esperienza della NASL il calcio professionistico americano ricominciò ad esistere a partire dal 1993 con la creazione della Major League Soccer, a tutti meglio conosciuta come MLS.

Senza voler entrare troppo nel dettaglio della storia di questo campionato (chi fosse interessato può informarsi meglio seguendo quanto prodotto dalla redazione MLS del sito PlayItUSA) limitiamoci a parlare dell’aspetto che ci interessa relativamente a questo articolo: i contratti e gli stipendi elargiti ai giocatori.

Perché è bene dire che per evitare di fare la fine del proprio illustre predecessore la MLS decise di dotarsi di un sistema di contenimento dei costi molto valido: il salary cap, o tetto salariale.
Per chi non lo sapesse, infatti, è bene rendere noto che buona parte delle uscite affrontate annualmente dalle principali squadre del mondo sono affrontate proprio in relazione al pagamento degli stipendi. In Italia, ad esempio, a fronte di una spesa complessiva netta di 100 milioni, va ricordato, una società si trova a sborsarne 200 per poter coprire anche le spese relative a tasse e contributi.

Il tetto salariale, quindi, serviva proprio a questo: contenimento dei costi.

Obiettivo sicuramente centrato in pieno dato che in questi ultimi diciassette anni il movimento calcistico americano è andato via via crescendo sempre più, sino a raggiungere i discreti livelli cui si trova ora (con una previsione realistica, comunque, che dovrebbe portarlo a crescere ulteriormente a livello globale).

Certo, però, il salary cap oltre a garantire una certa stabilità economica di un movimento che, in special modo all’inizio, non navigava certo nell’oro ha comportato anche qualche problemino a livello concorrenziale. Perché se da una parte era garantita la solidità di una squadra dall’altra questa stessa squadra non poteva realmente permettersi di poter concorrere sul mercato rispetto all’acquisto di grandi giocatori.

Proprio per poter aggirare quest’ostacolo venne inserita la regola dei Designated Players, ovvero sia venne data la possibilità ad ogni franchigia di firmare un giocatore (attualmente è possibile firmarne due) il cui contratto non sarebbe pesato (se non per 400mila dollari) sul salary cap della squadra, facendo quindi diventare le varie squadre MLS competitive sul mercato delle stelle internazionali.

Del resto è presto detto: attualmente il salary cap di ogni squadra è posto a poco più di due milioni e mezzo di dollari. Con quella cifra non si pagherebbe nemmeno un panchinaro di squadre come Real, Barcellona, Manchester, Inter o Milan. Senza contare, poi, che con due milioni e mezzo di dollari l’anno si deve costruire una squadra intera.

Gli ingaggi annuali quindi, come è facilmente intuibile, sono piuttosto bassini, mediamente. Non potrebbe essere altrimenti.

Nel contempo, però, proprio la regola dei Designated Players ha fatto sì che venissero a crearsi delle posizioni privilegiate nei confronti di alcuni giocatori.

In totale, infatti, sono otto, attualmente, i Paperoni del calcio americano. Otto giocatori che, sfruttando questa regola, riescono a portarsi a casa ingaggi superiori al milione di dollari.

Il re di questa sorta di classifica non poteva che essere lui, David Beckham: con i suoi sei milioni e mezzo di dollari l’anno, infatti, è il giocatore più pagato dell’intero campionato professionistico statunitense.

Al secondo e terzo posto si piazzano invece due new entries della MLS, due vecchie conoscenze dell’elite del calcio europeo: Thierry Henry e Rafa Marquez, entrambi recentemente trasferitisi da Barcellona a New York, dove ora indossano la maglia dei Red Bulls. Stipendi molto simili e di tutto rispetto per loro: 5,6 milioni il francese, 5,544 milioni il messicano, con quest’ultimo cui in estate vennero anche spalancate le porte della Juventus ma che al blasone di uno dei club più vincenti della storia d’Italia, che però non avrebbe potuto garantirgli un ingaggio così principesco, ha preferito i dollari sonanti che gli pioveranno in tasca giocando nella Grande Mela.

Molto più normali, calcisticamente parlando, gli stipendi degli altri cinque calciatori inseriti nell’elite degli stipendi del calcio statunitense. Appena sotto al terzo gradino del podio, infatti, si piazza la stella del calcio americano: Landon Donovan. Il suo stipendio, però, non è proprio paragonabile a quello di Beckham, Henry e Marquez. Al cospetto di questi stipendi, infatti, i suoi 2 milioni e 128 mila euro risultano quasi essere un salario povero.

Nel trovare in quinta posizione un altro giocatore con addosso la maglia dei Red Bulls il lettore più attento non potrà che chiedersi “ma non c’era la possibilità di ingaggiare due soli DP per squadra?”. Beh, è presto detto: ogni franchigia può pagare una luxury tax ammontante a 250mila dollari (che saranno poi ripartiti tra le squadre che non useranno un terzo DP spot) per avere la possibilità di firmare un terzo Designated Players.
Ecco quindi come oltre alle due ex stelle Blaugrana New York può permettersi di dare anche 1 milione e 918 mila euro a Juan Pablo Angel, punta colombiana nativa di Medellin in passato già goleador di River Plate ed Aston Villa.

Certo che con tutti questi investimenti il minimo è che ora New York porti a casa quantomeno il titolo nazionale…

Notevole anche l’investimento fatto in quel di Chicago, unica squadra, oltre ai Galaxy ed ai Red Bulls, ad aver contrattualizzato due giocatori il cui contratto ammonta a più di un milione di dollari. Ai Fire, infatti, molto pesanti sono i contratti del messicano Nery Castillo (1 milione e 788 mila euro) e Freddie Ljungberg (1 milione 314 mila euro), quest’ultimo acquistato proprio recentemente dai Seattle Sounders.

Completa il lotto, quindi, Julian De Guzman che a Toronto guadagna ben 1 milione e 717 mila dollari l’anno.

Sono questi, in definitiva, i Paperoni del calcio statunitense. Ma in un campionato parsimonioso come è stato sino ad oggi quello americano va detto che ci sono altri giocatori che se la passano piuttosto bene.
Dallo spagnolo Mista, anch’egli in forza ai Toronto FC, che guadagna 987 mila dollari l’anno a Kyle Beckermann (Real Salt Lake) e Danny Califf (Philadelphia Union) sono ben ventidue i giocatori che si portano a casa un minimo di 250 mila dollari.

E se un giorno la FIFA decidesse di espandere su scala globale questo sistema del salary cap americano?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *