L’Opinione – Balotelli lascia il Milan, fallimento annunciato

L’Opinione – Balotelli lascia il Milan, fallimento annunciato

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Ricordo bene quel 31 gennaio 2013.

Uscito dal lavoro mi incontro con un paio di amici, entrambi milanisti, e parte l’immancabile discussione calcistica. Che quel tardo pomeriggio di inverno non può non ruotare attorno al colpo di mercato del giorno: Mario Balotelli.

Acquistato per 20 milioni (rateizzati in cinque anni) più 3 di bonus l’ex stellina del vivaio dei cugini Nerazzurri sembra, agli occhi di molti, destinato a guidare il Milan verso la rinascita.

In quel preciso momento storico, infatti, la squadra di Allegri non naviga in buone acque, nonostante l’ottimo inizio di stagione di El Shaarawy.

Ma il discorso è più ampio: il Milan ha bisogno di un nuovo leader tecnico che non solo guidi la rimonta Champions quell’anno, ma che rappresenti una sicurezza per gli anni a venire, in cui i Rossoneri sarebberro stati chiamati a recuperare la propria dimensione calcistica.

Beh, navigando parecchio controcorrente (sia rispetto ai miei amici che anche e soprattutto rispetto a media ed opinione pubblica in genere) io dissi chiaramente che reputavo l’acquisto di Balotelli un investimento sbagliato.

Il motivo era semplice: il Milan era ormai palese fosse senza fondi e quello rischiava di essere l’ultimo investimento economicamente pesante di lì a qualche anno.
Ok acquistare un giovane con ancora moltissimi anni di carriera davanti, ma perché farlo puntando su un giocatore assolutamente inaffidabile sotto tutti i punti di vista (tecnico, tattico ed umano) come Balotelli?

Qualcuno magari mi prese per gufo, ma espressi semplicemente la mia opinione: Balotelli non ha mai avuto una collocazione tattica chiara, è sempre stato pieno di limiti, era – ed è – una perla grezza che vive di colpi, fiammate.
Inoltre era risaputo potesse creare problemi anche a livello d’ambiente, con i suoi atteggiamenti da star non supportati poi dai risultati in campo.

Insomma, l’antitesi di quanto serviva al Milan.

Spiegato perché ritenevo quello di Balotelli un fallimento annunciato, eccomi a spiegare perché è stato un fallimento effettivo: media goal solo discreta, per altro gonfiata molto da un numero di rigori certo non trascurabile.

Non solo.

Cartellini a profusione, atteggiamenti insolenti, snobismo, inadeguatezza tattica (fondamentalmente non ha un ruolo chiaro e non sa muoversi senza palla) e chi più ne ha più ne metta. Il tutto unito ad una totale incapacità di fare da faro e trascinatore della squadra, cosa che invece l’investimento affrontato per acquistarlo avrebbe dovuto presupporre.

Per spiegare quindi il fallimento di Balotelli a Milano mi permetto un paragone cestistico: non seguo approfonditamente il basket, ma ho sempre sentito criticare Chris Bosh in quanto incapace di essere uomo franchigia. Ma, di contro, letale come secondo/terzo violino.

Ecco. Mario Balotelli è il Chris Bosh del calcio italiano.

Assolutamente incapace di caricarsi una squadra sulle spalle. Fortemente inadeguato in moltissime situazioni di gioco. Ma altresì dotato di un talento sconfinato, lo stesso che gli permette di mantenersi su buoni livelli di marcatura nonostante i suoi molteplici difetti. Lo stesso che gli rende facile segnare con bombe all’incrocio da quaranta metri. Lo stesso che lo ha portato a crearsi il personaggio che, oggi, è anche il suo più grande limite.

Ecco, proprio in questo aspetto – l’incapacità di essere uomo franchigia – si consuma il fallimento di Mario Balotelli al Milan.

Chissà se Brendan Rodgers l’ha capito e saprà agire di conseguenza…

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2 commenti

  1. L’ha ribloggato su armagioe ha commentato:
    Mario Balotelli è il Chris Bosh del calcio italiano.

    Assolutamente incapace di caricarsi una squadra sulle spalle. Fortemente inadeguato in moltissime situazioni di gioco. Ma altresì dotato di un talento sconfinato, lo stesso che gli permette di mantenersi su buoni livelli di marcatura nonostante i suoi molteplici difetti. Lo stesso che gli rende facile segnare con bombe all’incrocio da quaranta metri. Lo stesso che lo ha portato a crearsi il personaggio che, oggi, è anche il suo più grande limite.


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