Gianfranco Zigoni, extraterreste mancato

Gianfranco Zigoni nacque in piena Seconda Guerra Mondiale, in un lontano 25 novembre del 1944.

La sua è la storia di un animo complesso e forse tormentato. Un talento calcistico purissimo che non ha saputo esprimersi, come spesso capita, a causa di un carattere non semplice.

Gianfranco Zigoni nacque ad Oderzo, profonda provincia trevigiana, in una famiglia molto numerosa, piena di sportivi.

I fratelli Domenico e Fiorenzo calciatori, Giovanni atleta, Tatino maratoneta.

La tradizione oggi la porta avanti il figlio Gianmarco, centravanti della SPAL con un passato nelle giovanili del Milan.

Gianmarco Zigoni

Nessuno dei citati ebbe però il suo talento puro. Da campione.

Non ha scritto pagine importanti della storia del nostro calcio, Gianfranco Zigoni. Una sola presenza in Nazionale, un solo Scudetto in bacheca.

Poco, per un uomo che ancora oggi si mette al livello dei fenomeni:

Io sono al livello dei fuoriclasse del pallone. Sto con Pelè e Maradona, perché calcisticamente siamo tre extraterrestri.

Non male, eh?

Nel sentirlo parlare e nel provare a conoscere, pur solo di riflesso, il suo mondo si percepisce che lui venera quattro cose: la Madonna, Padre Pio, il Che… e sé stesso.

Forse proprio questa sua consapevolezza, giusta o sbagliata che fosse, ha contribuito in modo decisivo a limitarne l’esplosione, di fatto mai avvenuta ad un certo livello.

Eppure in tanti vedevano in lui un potenziale fenomeno.

Ad esempio Gipo Viani, che col suo Vianema fu uno dei precursori del cosiddetto Catenaccio, o calcio all’italiana.
Anch’egli trevigiano, incrociò Gianfranco Zigoni al Genoa a metà anni 60. Arrivando a dire che quella squadra – che chiuse al quinto posto il campionato di Serie B mancando la promozione in massima serie – era letame con un diamante incastonato: lui.

Oppure il madridista José Santamaría, difensore uruguaiano con quattro Coppe dei Campioni in bacheca.
Al termine di un’amichevole tra quel super Real e la Juventus si avvicinò all’ex compagno Luis del Sol e gli chiese chi fosse quel niño con la maglia numero 9 sulle spalle. Un ragazzo che avrebbe compiuto 18 anni solo qualche mese più tardi, e che nonostante questo iscrisse il proprio nome sul tabellino (gara finita 3 a 1 appannaggio dei Blancos, per la cronaca) al fianco di campioni come Puskás e Di Stéfano. Un ragazzo che quel giorno Santamaría arrivò addirittura a paragonare proprio a Pelè

José Santamaria

Ma torniamo alle sue radici.

Oderzo, una famiglia umile e numerosa con padre operaio e mamma casalinga, un quartiere – Marconi, che lo stesso Gianfranco Zigoni ribattezza Bronx – certo non ricco in cui crescere.

Una storia come tante insomma. Un ragazzo che vive la propria giovinezza in un paese distrutto, che sulle proprie macerie seppe ricostruirsi e ripartire più forte di prima, passando attraverso ad un boom economico senza precedenti ed una fase espansionistica di cui beneficiò anche il nostro sport.

Quella era un’epoca in cui le televisioni in casa erano roba per ricchi ed in cui i videogame non esistevano nemmeno nella più fervida delle immaginazioni.

Un’epoca in cui non erano camerette pluriaccessoriate l’habitat naturale degli adolescenti, ma la strada o tutt’al più l’oratorio.

Un’epoca, è bene ricordarlo, in cui tanti grandi talenti del nostro calcio ricominciarono ad attecchire, dopo lo stop al campionato nazionale dovuto alla guerra e il black out che la nostra nazionale subì in seguito alla tragedia di Superga, che oltre a spazzare via il Grande Torino si prese anche buona parte della squadra Azzurra (che proprio dai Granata prendeva la quasi totalità dei suoi titolari).

Gianfranco Zigoni come avrete capito non è stato una star del nostro calcio, quanto più uno dei calciatori più discussi nella storia di questo movimento.

Non era tagliato per arrivare ai massimi livelli. Semplicemente perché passi il talento, ma la voglia di sfondare pareva marcargli completamente.

A raccontarlo è lui stesso.

Basta leggere o sentire le sue interviste, che di tanto in tanto ancora gli vengono fatte, per rendersene conto.

Gianfranco ZigoniIn qualche modo è stato un po’ il nostro George Best, un talento maledetto frenato anche dalla passione per le donne e l’alcool. Ma al contrario del fenomeno nordirlandese Gianfranco Zigoni seppe metterci ancor meno applicazione nel suo calcio.

Emblematico è vedere come parla – in una recente intervista rilasciata al mitico Guerin Sportivo – del suo approdo alla Juventus. E del suo disinteresse quasi totale nel costruirsi una carriera da calciatore professionista:

Fossi stato per me non mi sarei mai mosso dal paese. Ma ero bravo e se ne accorsero quelli del Pordenone, che a fine anni 50 era una succursale della Juventus.

Un giocatore che si paragona a Maradona e Pelè che non avrebbe voluto mai nemmeno lasciare Uderzo. Immaginatevi allenarsi duramente ogni giorno per migliorare ed aspirare al top.

Mi venne a cercare al quartiere Bepi Rocco e mi trovò che stavo palleggiando davanti a casa a piedi nudi. Feci il provino per il Pordenone sotto gli occhi di Viri Rosetta, che lavorava per i bianconeri. Quindici minuti, tanto durò la mia esibizione. Preso all’istante.

Insomma il talento di quell’ala dai colpi notevoli era indiscutibile. Almeno quanto il suo narcisismo e la sua poca voglia di allenarsi, la sua scarsa fame.

Aver letto ed ascoltato per provare a capire chi fu Gianfranco Zigoni mi ha fatto venire in mente un altro potenziale campione del nostro calcio, che tra cinquant’anni i nostri nipoti o pronipoti avranno per lo più scordato: Antonio Cassano.

Anche lui come Zigo ha ricevuto in dono da Madre Natura un talento calcistico tracimante, fatto di una qualità tecnica di purissima fattura… ma anche lui come il fenomeno mancato di Oderzo non ha mai avuto dentro quel sacro fuoco che permette ai campioni di consacrarsi.

Pensate alla differenza tra un Cassano – mi riferisco a lui perché essendo un giocatore ancora in attività può essere un esempio più chiaro per tutti – ed un Filippo Inzaghi, un Pavel Nedved, un Kobe Bryant o un Micheal Jordan.

Da una parte un talento fatto di sprazzi di genio, incostanza e malavoglia, dall’altra dei campioni assoluti che hanno saputo sublimare al meglio il proprio talento.

Perché se come diceva una famosa pubblicità “la forza non è nulla senza controllo”, è altresì vero che il talento non porta da nessuna parte se non è supportato da fame, impegno e voglia di arrivare.

Uno dei problemi di Gianfranco Zigoni è stato certamente quello di essere allergico alle regole ed a qualsiasi forma di autorità.

Ed ancora una volta, nella stessa intervista rilasciata a Nicola Calzaretta del Guerino, è lui stesso a farlo capire chiaramente, in più di un passaggio:

Gianfranco Zigoni

Quando venni preso dal Pordenone avevo 15 anni e fino ad allora non avevo mai avuto nessun allenatore. Non volevo farne di niente. Fu il prete ad insistere e convincere mia madre. Lo feci per lei. A Torino stavo male, mi pesava la lontananza. E poi le regole, le fatiche, le corse.

Non parliamo poi del suo rapporto con gli arbitri, incarnazione dell’autorità per eccellenza, all’interno del rettangolo verde.

Proprio il suo rapporto difficile con le giacchette nere lo portò qualche anno più avanti a perdere ben sei mesi di stipendio:

L’ideale è giocare come si faceva da bambini, senza arbitro. Non ho mai sopportato l’ingiustizia. Prendevo fuoco subito e qualche volta dovevano contenermi con la forza. Una volta, dopo un Verona-Vicenza, nel sottopassaggio un guardalinee ebbe l’ardire di interrompere una conversazione tra me ed il mio compaesano Faloppa. Voleva sapere cosa gli avessi detto in campo durante la partita. Io gli risposi: “come ti permetti di interrompermi mentre sto parlando? La bandierina te la cacci su per il culo!” Mi presi sei giornate di squalifica e mi tolsero sei mesi di stipendio…

Ma torniamo alla sua carriera.

Nel 1958 entrò nel Pordenone, all’età di quattordici anni. Tre stagioni in neroverde e poi, appunto, il passaggio a Torino, dove il 10 dicembre del 1961 trovò l’esordio in Serie A con l’Udinese, appena diciassettenne.

Un prodigio di precocità che però non seppe confermarsi negli anni a venire.

Alla Juventus restò per tre anni, proseguendo la propria crescita di giocatori.

Che però non poteva non passare da un minutaggio maggiore, come per tutti.

Nell’estate del ’64, così, un nuovo trasferimento, questa volta al Genoa. Un prestito biennale che lo vide retrocedere assieme ai rossoblù il primo anno, nonostante i suoi 8 goal, e che come abbiamo visto in precedenza – parlando di cosa disse di quella squadra e di lui l’allora D.T. Gipo Viani – non gli permise l’immediato ritorno in Serie A la stagione successiva (chiusa anch’essa con 8 marcature all’attivo).

Gianfranco Zigoni con la pellicciaA Genova mister Lerici credeva molto in lui, tanto da presentare così le partite alla sua squadra:

Ma quale tattica e tattica! Date la palla a Gianfranco Zigoni: se ha voglia di giocare la partita è vinta, altrimenti non c’è nulla da fare, possiamo stare qui anche tre giorni senza fare risultato.

Otto fu il massimo numero di goal che Gianfranco Zigoni seppe segnare in Serie A.

L’ultima volta proprio l’anno seguente alla sua esperienza ligure, col ritorno in bianconero. Quando con quel suo bottino di reti, realizzate in ventitrè gare, seppe contribuire alla vittoria dello Scudetto 66/67, l’unico della sua carriera.

Lì avrebbe potuto cambiare la sua carriera.

Il talento era innegabile, l’età iniziava ad essere quella giusta per una sua maturazione, la squadra era importante e potevano arrivare risultati di livello.

Purtroppo Gianfranco Zigoni era genio e sregolatezza. Probabilmente più sregolatezza che genio:

Non ho mai sopportato gli allenamenti. Ero sempre l’ultimo al campo. E se per caso capitava di arrivare in anticipo mi nascondevo per poi comparire quando gli altri erano già pronti per la seduta. Anche prima della partita mi preparavo per ultimo e chiudevo la fila all’ingresso nello stadio. Il bello è che, specie a Verona, mi facevano trovare la roba già pronta. Cosa che faceva imbestialire qualche mio compagno. Su tutti Domenghini, che era stato all’Inter e in Nazionale. Ma a lui rispondevano che solo per me facevano questo. Perché io ero Gianfranco Zigoni, il migliore.

Ecco, forse anche coccolare personalità del genere può non essere la via migliore per provare ad ottenere il meglio da loro. Per quanto in realtà di fronte a comportamenti del genere non credo ci sia molta speranza, a prescindere da come si prova ad affrontarli…

Con questi presupposti era abbastanza chiaro che la carriera di Zigo non potesse mai decollare davvero.

E così fu.

Dopo lo Scudetto vinto nel 1967 Gianfranco Zigoni giocò altre tre stagioni in bianconero, trovando sia la prima – ed unica – presenza in Nazionale (una vittoria a Sofia – Wikipedia dice Bucarest, Zigo dice Sofia, fidiamoci di lui! – nella fase di qualificazione all’Europeo del 1968, che per altro vincemmo) che l’esordio in Coppa dei Campioni.

Tre stagioni disputate in calando che culminarono con le 4 reti in 14 gare del 1969/1970. Una stagione fallimentare che segnò il definitivo divorzio dalla Juventus.

A monte di tutto, oltre ad un carattere come abbiamo visto non facile, il pessimo rapporto avuto con il mister bianconero di allora, Heriberto Herrera:

I nostri rapporti furono tesi. Mi tarpò le ali. Mi diceva: “tua madre è una santa, ma tu un hijo de puta”. Fu un dittatore. Una volta mi dette un cazzotto nello stomaco perché in una partita di Coppa Campioni contro l’Olympiakos non seguii il mio marcatore. Mi dispiacque lasciare la Juve, ma non sopportavo le regole ferree, le telefonate alle dieci di sera, i capelli corti…

Da una capitale all’altra.

Gianfranco Zigoni

Dalla prima capitale dell’Italia unita (1861-1865) alla – sinora – ultima: Roma!

Qui, come i più grandicelli tra voi ricorderanno, da un paio d’anni l’allenatore era l’altro Herrera, Helenio:

Con lui fu una pacchia. Il Mago era innamorato perso di Flora Gandolfi, così verso le undici di sera credendo che dormissimo lasciava il ritiro per andare da lei. E noi si faceva altrettanto!

I ritiri.

Un qualcosa che spesso viene vissuto di malavoglia dal più irreprensibile dei professionisti. Figuriamoci da Gianfranco Zigoni!

Facevo di tutto per starci il meno possibile e trovare altri modi di impiegare il tempo. Le notti erano lunghe. Sì, ho avuto molte donne. Ho bevuto, soprattutto whisky. Ma ho anche letto tanti libri, soprattutto di filosofia. Mi piaceva vivere la notte, respirarne l’aria, guardare le stelle. E la mattina dormivo fino alle dieci. E guai a chi mi svegliava prima, mi incazzavo come una bestia!

Dodici goal in due stagioni, in quel di Roma. Sesto posto il primo anno, settimo il secondo.

Poi un nuovo trasferimento, questa volta più vicino a casa.

Siamo nell’estate del 1972.

Gianfranco Zigoni ha ormai 28 anni. Ha ancora molto da dare, ma è evidente che non diventerà mai il campione che avrebbe potuto essere.

Infatti ad accoglierlo c’è il Verona, non esattamente una grande del nostro calcio.

Nonostante questo, e nonostante un numero di goal non esaltante ed una retrocessione in Serie B, Zigo divenne un idolo della tifoseria.

Gianfranco Zigoni

Che un giorno gli dedicò uno striscione significativo: “Dio Zigo salvaci tu”, che poi venne ripreso ed elaborato così da diventare il titolo dell’autobiografia scritta dallo stesso Gianfranco Zigoni (il cui titolo è Dio Zigo pensaci tu).

Proprio con quell’Hellas l’ex Juventus scrisse una pagina importante del nostro calcio. Anche se in qualche modo indirettamente.

O meglio, non tanto per la vittoria di un trofeo quanto per essere stati capaci di farne perdere uno al Milan. Il giorno in cui la città di Romeo e Giulietta divenne la Fatal Verona

La verità è questa: a noi la società aveva promesso il premio doppio, 600mila lire a testa. Eravamo salvi, ma c’era in ballo la regolarità del campionato. Nessuno di noi avrebbe potuto tirarsi indietro. Io ricordo che mi scaldai parecchio quando vidi lo stadio colorato di rossonero. E dissi ai miei compagni di darmi al più presto il pallone, che ci avrei pensato io.

Detto, fatto.

Un Milan prosciugato dalla vittoria della Coppa delle Coppe di quattro soli giorni prima giocò in un Bentegodi traboccante e per lo più rossonero, ma senza più la giusta forza nelle gambe per riuscire a perseguire la vittoria.

Proprio Gianfranco Zigoni nel vedere tutto quel tifo rivale nel proprio stadio sentenziò che il Verona avrebbe vinto la partita. E così fu, al termine di uno scontro epico che vide gli Scaligeri imporsi per 5 a 3 grazie alla doppietta di Luppi, ad una rete di Sirena ed agli autogol di Sabadini e Turone.

Tutta la sregolatezza di Zigo la possiamo percepire ancora meglio quando al Guerin Sportivo racconta quello che è stato, secondo il suo giudizio, il suo più bel goal nei sei anni a Verona:

Una bordata di destro, che non è il mio piede migliore, in un’amichevole contro il Vicenza. Una rete bellissima. Appena vidi la palla gonfiare la rete me ne andai dal campo. E così fece gran parte del pubblico del Bentegodi: non avrebbe potuto vedere di meglio.

https://www.youtube.com/watch?v=BxzC16J5U78

 

Nel 1978, all’età di quasi 34 anni, si chiusero per lui le porte del nostro massimo campionato.

Successe al termine di una stagione in cui Gianfranco Zigoni seppe segnare una sola rete in ventisei gare.

La sua decisione fu quindi quella di scendere in Serie B, dove era richiesto da un suo ex compagno. Quel Gigi Simoni con cui aveva giocato al Genoa e che proprio Genova stava lasciando, per prendere in mano le redini del Brescia.

In Lombardia Zigo conquistò una promozione in A, al suo secondo anno.

Poi, alla veneranda età di trentasei anni, la decisione di mollare del tutto col calcio professionistico per andare a svernare dalle parti di casa sua, tra i dilettanti.

Prima un anno di D e due di interregionale con l’Opitergina, poi uno di Terza Categoria e tre di Seconda con il Piavon.

Alla fine, all’età di quasi quarantatre anni, la decisione di smettere del tutto, appendendo le scarpette al chiodo. E diventando un maestro per i giovani: prima all’Opitergina, tra l’87 ed il 1997, poi al Ponte di Piave, fino al 2005.

Infine al Basalghelle, dove è divenuto responsabile di una scuola calcio a lui intitolata.

Io non so dire davvero quanto forte sarebbe potuto diventare Gianfranco Zigoni. Ma so che se gente come Rosetta, Viani, Santamaría, Lerici, Valcareggi e tanti altri avevano tutta quell’ammirazione e quel rispetto per il suo talento evidentemente dev’essere che quel suo talento era davvero enorme.

Torniamo al paragone con Antonio Cassano per un attimo.

Nel calcio esiste poco o forse nulla di oggettivo.

Antonio Cassano
Antonio Cassano controlla di tacco e s’invola verso il suo primo gol in Serie A

Per il mio giudizio soggettivo Cassano avrebbe potuto essere uno dei giocatori più forti della sua generazione. A livello mondiale, però.

Basti pensare che senza nemmeno impegnarsi seppe farsi comprare a peso d’oro da una Roma che aveva già Francesco Totti e poi arrivò addirittura al Real Madrid. O che anche grazie alle sue giocate la Nazionale rischiò di vincere l’Europeo del 2012.

Ecco: molto probabilmente anche Gianfranco Zigoni, pur senza magari poter arrivare davvero al livello di extraterrestri come Pelè e Maradona, sarebbe potuto diventare uno dei giocatori più forti della propria generazione.

Avrebbe potuto far parte di quel gruppo che vinse l’Europeo del 1968. Magari avrebbe potuto esserne un protagonista.

Avrebbe insomma potuto sommare il proprio talento a quello di Mazzola, Rivera e Riva (tra gli altri) ed avrebbe poi potuto provare a dare l’assalto al Mondiale del 1970. Quello della mitica staffetta tra il fenomeno milanista e quello interista, della Partita del Secolo con la Germania e della mazzata subita in finale dal Brasile dello stesso Pelè.

Non so come sarebbe potuta andare la sua storia, e di conseguenza la nostra storia, se Zigo avesse avuto voglia di allenarsi, di migliorare, di applicarsi. Se avesse avuto quella fame che è propria dei campioni che, per tanto o poco che sia, raggiungono davvero l’apice del proprio sport. E ne scrivono la storia.

Intendiamoci, Gianfranco Zigoni una storia l’ha comunque scritta.

La sua storia.

Una storia che racconta di un talento puro ma troppo irregolare per raggiungere i livelli che competono ai fenomeni.

Una storia fatta più di scherzi, alcool, pellicce, pistole, donne, sigarette e scarso impegno che di trionfi.

Gianfranco ZigoniAvevo una Colt .45, registrata e con regolare porto d’armi. La portavo sempre con me nella fondina sotto la pelliccia. E quando ne avevo voglia aprivo la finestra della camera e centravo tutti i lampioni a portata di tiro. Lo facevo già alla Roma con Petrelli. Al Verona era invece un testa a testa con Mascalaito, uno che tirava benissimo.
La storia più bella è quella con la mia Porsche. Un trattore mi attraversa la strada ed io per scansarlo finisco in un fossato. Dietro di me, su un’altra auto, c’erano Maddè assieme al medico del Verona. Si precipitano verso di me ed io mi fingo morto. Lo iniziano ad urlare “Zigo è morto”, hanno le facce come il marmo. Alcuni secondi di panico, poi gli faccio l’occhiolino. Me l’hanno perdonata dopo un po’ di tempo. Invece il padrone del trattore mi chiese l’autografo!

Per fare un’altra carriera avrei dovuto rinunciare a parecchie bicchierate con gli amici, e vedere qualche alba in meno, ma non ne valeva la pena


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